Tutto. Niente.

Ancora una volta ho sbagliato tutto. Ancora una volta ho pensato che il modo migliore di risolvere un problema fosse allontarmi e tacere, fare passare del tempo nella speranza che il problema … puff … si risolvesse da solo.
Ma a quasi 27 anni posso essere ancora così stupida e immatura?
Possibile che non abbia ancora capito che la gente non può sapere quello che ho in testa, se non sono io a dirglielo?
Mi fermo un attimo e penso. Se avessero fatto a me una cosa del genere? Se la persona che amo, con la quale ho sto facendo progetti per il futuro, sparisse da un giorno all’altro dopo aver singhiozzato al telefono le parole "È meglio se per un po’ non ci vediamo…" Come avrei reagito? Come mi sarei sentita?
Mi sarei sentita come lui si sente.
Punito per qualcosa che non ha fatto, il suo amore ricambiato da cattiveria e indifferenza, incredulo e confuso, arrabbiato. Mi sarei sentita così.
E non conta niente che io ogni sera mi addormenti piangendo, abbracciando la sua tartarughina e guardando la sua foto con gli occhi dolci, quella fatta l’anno scorso a Graz che mi piace tanto.
E non conta niente che io mi senta una merda, che mi dispiaccia da morire.
Non conta niente perché lui non lo sa.
E lui non lo sa perché io non glielo dico.
E io non glielo dico perché non riesco a parlargli.
Non ci riesco.
Anche ieri sera al telefono, scena muta. Mi blocco. Non so da dove cominciare, non so cosa dire, ho paura che una volta proferite le prime parole ci travolga un fiume in piena. Sto male. Durante il giorno mi costringo a fare sempre qualcosa perché non appena mi trovo per un attimo libera, partono i pensieri, il magone, le lacrime. E così faccio, faccio, faccio, per non pensare. Essere a casa, disoccupata, non aiuta per nulla e non fa che aggiungere carne al fuoco dei miei problemi.
Ho paura?
Ho paura.
Ho paura della solitudine, ho paura di ferirlo in modo profondo e straziante. Ma non mi rendo conto che, in fondo, lo sto GIÀ facendo soffrire, molto più di quello che merita? Che lo sto lasciando sospeso in un limbo di cui non comprende la ragione e di cui non riesce ad immaginarsi la conclusione? E io riesco ad immaginarmela? In fondo ci sono solo due soluzioni possibili.
Sì o no.
Ma l’amore, dannazione, non è sì o no. È infinitamente più complesso… come si fa a ricondurlo a un sì o a un no… Ognuna delle due due possibilità porta con se conseguenze  e complicazioni imprevedibili, difficili da gestire…
Ma lui mi ama, MI AMA,   M I   A M A.
Nessuno in questi 27 anni mi aveva mai amato (familari esclusi, ovviamente). Non ero mai stata speciale per nessuno, nessuno mi ha mai guardata negli occhi come fa lui, nessuno ha mai visto in me quello che vede lui. Come posso io essere tanto cattiva nei suoi confronti, tanto ingrata? Dove è finito tutto l’amore incondizionato, libero, assoluto, che provavo per lui? Perché? Perché? Perché non riesco a dargli quello che vuole, quello di cui ha bisogno, quello che si merita per essere un ragazzo così affettuoso, sensibile, intelligente, premuroso… speciale?
Perché non posso dire "ora ti amo con tutta me stessa perché tu ami me e perché dev’essere per
forza così"
e vivere per sempre felice e contenta?
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?

Perché non riesco ad essere felice?
Perché, nonostante tutto il bene che ho nella mia vita, non riesco ad essere felice?

Perché non riesco ad amarlo quanto lui mi ama, a perdonarlo quanto lui mi perdona, ad accettarlo quanto lui mi accetta, a sopportarlo quanto lui mi sopporta?
Perché tanto squilibrio in questo rapporto?

Cosa devo fare?

Non ho risposte. Solo lacrime e rabbia contro me stessa.
E mi rendo conto che lo tratto
male, che sono indisponente e poco tollerante nei suoi confronti, che mi
arrabbio per niente.
E comunque lui mi ama…

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E io?

Lui non dice nulla neanche quando gli sbatto il
telefono in faccia.

Lui rimane sveglio solo per guardarmi mentre
dormo.

Lui mi bacia la fronte.
Lui mi vuole mostrare
al mondo orgoglioso anche se sono in tuta.

Lui mi tiene la mano di fronte
agli amici e si
gira verso di loro dicendo "…è lei".

Lui mi ricorda continuamente quanto ci
tiene a me e quanto è fortunato ad avermi.



E io ?

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Tea and tears

                 ©2007-2009 ~aleania
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1982

Cercando un libro mi sono ritrovata in mano un’agenda del 1982. Era della mia mamma.
L’avevo già vista e sfogliata altre volte, ma oggi aveva un sapore tutto diverso. Nel 1982 mia mamma ha conosciuto mio papà, grazie a degli amici in comune. Si sono piaciuti, frequentati, amati. La mamma non scriveva molto sull’agenda, appena qualche riga per dire a chi aveva scritto, se qualcuno le aveva telefonato, per registrare il suo umore. Il 7 marzo, il giorno in cui ha conosciuto mio padre, non le sono servite molte parole per esprimere quello che provava e ho riconosciuto in esse le sensazioni che si provano alla vista di un ragazzo che ci piace, l’attrazione e al tempo stesso il desiderio di tenere a freno i sentimenti per non rischiare di soffrire troppo. Quante volte ci sono passata anche io?!
I giorni passavano e la mamma annotava con gioia le volte in cui papà telefonava (non c’erano mica i cellulari e le e-mail quella volta!), i sentimenti che provava, cosa facevano insieme.
Il 19 novembre tre sole parole: "Aspetto un bambino!!!". Ma quanto amore e quanta felicità in quei punti esclamativi…
Sembra quasi impossibile che fosse successo tutto così in fretta. Erano passati solo 8 mesi dalla prima volta che si erano incontrati! Evidentemente otto mesi bastano (dovrebbero bastare…) per capire se vuoi passare il resto della tua vita con la persona che hai al tuo fianco.

Ma le storie d’amore non sono tutte uguali e devo smettere di confrontare la mia con quella dei miei genitori, perché ne esce ogni volta ammaccata. L’amore dei miei genitori è troppo puro e perfetto e intenso e duraturo per essere anche solo avvicinato. Eppure io sono cresciuta con questo modello negli occhi e mi sembra così naturale che l’unico modo di vivere l’amore sia come lo hanno sempre vissuto loro. E non è esattamente come lo sto vivendo io…

In questo periodo non so nemmeno io cosa vorrei.
Vorrei che fosse tutto chiaro, tutto semplice, tutto  e q u i l i b r a t o. Vorrei riuscire a dare tanto quanto ricevo.
Vorrei capire cosa voglio, trovare ciò di cui ho bisogno, andare nella giusta direzione. O forse, anche se non è quella giusta, almeno andare in una qualche direzione.
Vorrei smettere di pensare. Perchè pensare mi fa soffrire e finisce col far soffrire anche gli altri.
A parte il fatto che in questo caso anche agire potrebbe farmi sofrirre e, soprattutto, far soffrire gli altri.

Vorrei anche io un 1982…

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la gioia del risveglio

Questa mattina mi sono svegliata alle cinque per fare pipì. La finestra del bagno era stata dimenticata aperta e io, con gli occhi chiusi e incrostati dal sonno, mi sono fermata ad ascoltare.
Alle cinque del mattino ogni rumore umano è sovrastato, annullato dai rumori della natura. La casa e la strada tacciono e sembrano ascoltare anche loro in religioso silenzio. Il cinguettio degli uccellini era assordante, sembrava che ce ne fossero migliaia appollaiati proprio sul davanzale del mio bagno. Ognuno con la sua intensità, ognuno con la sua tonalità, la sua frequenza, amalgamati in un concerto perfetto. Si sentiva anche il canto di un gallo, forse lo stesso che per qualche inspiegabile motivo d’estate canta alle due di notte. Alcuni cani abbaiavano, avevano visto muoversi qualcuno o volevano semplicemente attestare la loro presenza. Da più lontano giungevano altri rumori, indistinguibili al mio orecchio non ancora del tutto sveglio, ma che facevano parte anch’essi di questa meravigliosa melodia mattuitina.
Tutto ciò, per qualche inspiegabile motivo, mi ha fatto pensare a mia nonna, a quando dormivo da lei e mi svegliavo presto per prendere la corriera; a come la stanza si riempisse di pulviscolo dorato non appena lei
socchiudeva le imposte per farmi capire che era ora di iniziare la
giornata; a quando d’estate mi alzavo e uscivo scalza nell’erba per cercarla.

Poi sono tornata a letto e mi sono riaddormentata di schianto.

©2008-2009 ~bethabus

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Isidora

©2007-2009 ~m8p

All’uomo che
cavalca lungamente per terreni selvatici viene
desiderio d’una città.
Finalmente giunge a
Isidora, città dove i palazzi hanno scale a
chiocciola
incrostate di chiocciole marine,
dove si
fabbricano a regola d’arte cannocchiali e violini,
dove quando il forestiero è incerto tra due
donne ne incontra sempre una terza,
dove le lotte
dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli
scommettitori.
A tutte queste cose egli pensava
quando desiderava una città.
Isidora
è dunque la città dei suoi sogni: con
una differenza.
La città sognata conteneva
lui giovane; a Isidora arriva in tarda età.
Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che
guardano passare la gioventù;
lui è
seduto in fila con loro.

I desideri sono già
ricordi.

(Italo Calvino, "Le città invisibili")

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